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21 marzo Giornata Mondiale della Poesia 2025, “Il Principe del Pinocchio” di Antonio Donadio di Paolo Ruffilli

Luminosa invenzione fantastica di Paolo Ruffilli.


Il Principe del Pinocchio” – Illustrazioni di Ivo Avagliano – (Edizioni Progetto Cultura, Roma, novembre 2024) è una delicata opera in cui poesia e prosa si fondono in un racconto che è luminosa invenzione fantastica, di cui simbolo e faro è lo stesso Pinocchio evocato fin da subito nel titolo.

Fin dalla prima pagina ci troviamo immersi in una successione di circostanze e di fatti che, mentre si dichiarano nella loro tenera originalità, rimandano per profonda stratificazione culturale del loro autore alle favole cantilenanti, ai giochi musicali, all’esuberanza verbale di prove come quelle di Toti Scialoja e di Nico Orengo.

Il libro del resto, per ammissione dello stesso autore, va considerato come un omaggio a Gianni Rodari e alla sua “grammatica della fantasia”, l’arte straordinaria e magica di inventare storie di cui Donadio si dimostra felice continuatore in questo suo libro pieno di colorate sorprese.

Quando i Pesci impararono a sciare

Perché non facciamo cambio?”E il mare
andò in montagna e la montagna al mare.
E fu così che i Pesci impararono a sciare
e i giovani Fiori di prato a saltar tra l’onde.

La notte in cui nacque la Luna

I Ladri della Luce rubarono il Sole.
“Sarà il regno del Buio.
Saremo i padroni della Notte”. E fu così
che tutte le Stelle si fecero vicine vicine
sempre più vicine, le une accanto alle altre.
Era nata la Luna.

Quel matto di un Gatto

“Ti giuro che l’ho sentito abbaiare”
disse uno dei due giovani Mastini.
Quel matto di un Gatto
abbaiò festoso ai suoi due nuovi Amici.

Aulica testimonianza esistenziale in SEGN E ARTAJ SEGNI E RITAGLI di Maria Lenti.

Ho tra le mani l’ultimo raffinato testo di Maria Lenti: Segn e Artaj Segni e Ritagli, Pref. di Gualtiero De Santi, puntoacapo 2024. Un volume di poesie bilingue dialetto urbinese /italiano. Urge cosi per il non disattento lettore una doppia lettura. Ogni dialetto diverso dal nostro “spaventa”, spavento dato dalla forma a noi sconosciuta (e spesso visceralmente rifiutata), ma come afferma Andrè Martinet, (e ritorno così a miei ventun anni, alla mia Tesi di Laurea sul grande linguista), ogni lingua è funzionale alla comunicazione e pertanto non ci si può basare sulla forma, ma essenzialmente bisogna ricercarne il contenuto. E ritengo che questo principio debba approdare ancor di più nell’uso del dialetto. Esso, infatti, se si allontana dalla parlata dialettale spontanea, dalla genuina cultura indigena, ovvero se diventa solo strumento in contrapposizione alla cultura dominante, diventa distintivo settario ininfluente al processo culturale dell’intero Paese, se non d’ostacolo.

Prezioso quindi il suo uso e prezioso giunge questo doppio lavoro lirico del poeta Lenti che s’inserisce in quel filone di grandi poeti che hanno usato “ lo strumento del dialetto” come comunicazione: basterebbe solo qualche nome come Pasolini o come Zanzotto che auspicava: Il linguaggio ritrovi la sua integrità primigenia e a ciò, oltre ai linguaggi colti, contribuisce il dialetto” mettendo così al centro della sua poetica l’indimenticato amato uso del petel, particolare linguaggio a due, che le mamme trevigiane usavano per coccolare i loro piccoli. Quasi un SOS per una lingua italiana oggi sempre più “ anglofila”, confusa, approssimativa, a volte perfino gratuita!

E allora eccoci con Lenti in questo itinerario lessicale poetico. Al centro di questo lavoro è la Parola, antica, popolare, aulica, sofferente, financo insoddisfatta vincitrice, ma sempre viva, reale, vera a dispetto di tutti e perfino magica o velata a volte anche di malinconica ironia. Vis poiein che dall’interno si proietta all’esterno, ora in accettazione, rifiuto, analisi dell’esistente, spesso in costante contrasto pure nelle presunte accettazioni. E’ il mondo di dentro che vuole e deve uscire, malinconico, dubbioso ma pur sempre imperioso. Non è la realtà che detta la vita, e il nostro “sguardo” che dà vita e prende da esso la vita, qualunque essa sia. Esemplare la lirica d’apertura “Du’ parole /Due parole “ . “Rideranno per l’insistenza/ a mettere due parole in croce”. Chi può ridere, o peggio irridere, della fatica del disegno di “mettere due parole in croce”? E’ come chiedere di non respirare, di far tacere il ritmo del cuore: per il poeta, come si diceva, la parola è vita. Mai di nulla il poeta è sicuro, non detta certezze, è solo in un eterno dualismo con se stesso con il tutto che lo circonda “ su me sull’intorno/per un’incisione/che dica quel che non va/e quel che dovrebbe essere “ e la sua un’eterna ricerca vitale “ mi piace la mia giornata” dove ostacoli non mancano “ con il sole a piombo o senza”. E non c’è altra attesa che non coincida con la fine “finché non si spezza il filo” . E quella testimonianza montaliana del filo che “s’addipana” nell’’affannosa ricerca del “varco” .

E ben venga, poi, la filastrocca giaculatoria” Tacchina tacchina, vieni da me” (rivisitata da “Lucciola, lucciola”) nel lamento per il mancato illusorio ritorno dell’urbinata “Galnaccia galnaccia” che si lega in aulico pathos ben maggiore per echi da chanson de geste per l’amato eroe lontano e mai più ritornato.

Ed ecco ancora la cantilena da antiche credenze popolari come in “Non si sa mai” , a tema le castagne matte dell’ippocastano “ mettne una tle sacocc o tla cartella/per tiena distanti la tossa el rafredor la febra/ l’in fluenza/ ogni malanno/credenza cui non credo”. Ma una castagna matta finisce “(“dentro la mano chiusa nella tasca/per tutto l’inverno/live come un’eco/ non si sa mai) ”. Sublime il verso “lieve come un’eco”. Il poeta Lenti sa che non è vero che guarisce “ogni malanno” ma nel suo gesto “ dentro la mano chiusa”, è racchiusa la voce, anzi l’eco, che imperterrita eterna e lega tutti noi al nostro passato remoto o prossimo; è un’eco muta che non solo non può andar dispersa ma che ci deve accompagnare come presenza reale e costante da tramandare.

Non solo quindi il rimando al dialetto come recupero letterario e sociale ma come linfa vitale. Ricordiamo cosa diceva Tullio De Mauro: ” I dialetti sono preziosi. Sono come la campagna e la città è la lingua nazionale. Per avere condizioni di vita moderna e agiata che offre la città, non si deve, per questo, distruggere il verde e la campagna che restano elementi preziosi anche per la vita cittadina”. Insomma “coltivare “ i dialetti come cosa viva e insostituibile. Non posso non citare, in fine, il distico “ San Valentino” che trovo di una forza straordinaria “- L’amore s’è nascosto, a piangere/ – Dimmi dove, ché vado a consolarlo”. Versi che richiamano magiche atmosfere Tagoriane come da “Stray Birds”, oggetto di una mia riscrittura poetica di alcuni anni or sono. Ecco che nel giorno della festa di San Valentino, l’amore invece di essere gioioso e festante, declina tutto il suo dolore, non ha nulla da festeggiare, ma questa sua sofferenza non è palese “s’è nascosto, a piangere”. Pronto, in suo soccorso arriva il poeta che si offre di consolarlo seppure denunciando di ignorare il luogo dove esso si nasconde, forse, oramai nel cuore degli uomini induriti da tanto quotidiano dolore.

Antonio Donadio

Vent’anni anni fa moriva Mario Luzi, il ricordo di Antonio Donadio.

Vent’anni fa, esattamente il 28 febbraio 2005, moriva Mario Luzi, uno dei massimi poeti del secolo scorso.”Luzi con Ungaretti e Montale completa la perfetta triade del nostro Novecento“, così Carlo Bo in un’ intervista che mi rilasciò verso la fine degli anni novanta.

Ho avuto il privilegio di conoscere e frequentare Luzi per circa quindici anni, un Maestro, anzi il Maestro. Avevo incontrato per l’ ultima volta Luzi esattamente un anno prima della sua scomparsa, il 25 febbraio 2004, a Firenze alla libreria San Paolo  per la presentazione dell’ antologia In queste braccia, versi per la madre ( a cura di Luciano Luisi, Edizioni San Paolo, 2004). Non tutti i poeti antologizzati erano presenti ma Luzi non mancò all’appuntamento seppure arrivando con un po’ di ritardo. Subito gli venne data la parola dalla poetessa Paola Lucarini Poggi, ma egli cortesemente rifiutò. Avrebbe atteso il suo turno: gli interventi infatti seguivano l’ordine alfabetico. Mi successe, quindi, di parlare, io, col cognome che inizia con la lettera”d”, prima di Luzi!

In quell’occasione Mario Luzi, palesamente già in non perfette condizioni di salute, recitò, in ricordo dell’amata mamma, la  stupenda Il duro filamento, apparendo molto commosso e con un evidente  tremore alle mani. Alla fine potetti scambiare solo qualche battuta: sul prossimo suo libro in uscita in occasione dei suoi 90 anni (Dottrina dell’estremo principiante) e su un suo pronipote, di cui amava parlare. Chiedendo a sua volta notizie di mio figlio Daniele. Ci demmo appuntamento ad una prossima volta, che ahimè non ci fu più. Quindici anni d’incontri culminati nel 1996 con una sua nota al mio libro “L’Alba nella stanza“.

Chi è stato il poeta Mario Luzi? Difficile e al contempo facile la risposta.

Con la sua scomparsa, come scrissi all’indomani  del 28 febbraio di vent’anni fa,  non solo è più povera la repubblica delle lettere, ma più povera è la Parola: perde l’incanto, la forza misteriosa, ora ermetica, criptica come nel primo Luzi, ora sociale, metafisica o spirituale come nelle stagioni meravigliose del suo lungo cammino poetico. Egli ci ha lasciato l’insegnamento che il poeta è parola, che la parola è mistero stesso: è la libertà offerta agli uomini, al destino umano”.

Il duro filamento

Passa sotto casa nostra qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo”.
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, e vi si affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.

L’ora è quella cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle tazze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.

Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi a queste ancora grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico…

Udire voci trapassare insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
E’ arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.

“Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo”.

Mario Luzi

(da Dal fondo delle campagne, Einaudi 1965)

 “Il duro filamento”, con autografo di Mario Luzi.
    Dall’archivio di Antonio Donadio.

 

 

 

San Martino

Graffi di sole
di là dal mare ,
l’autunno infastidito
si scrolla di spalle
ingannevoli
ultimi raggi.
Falsa è questa estate
e questo tardo rimorso
della spiaggia.
(Antonio Donadio, 2024)

Un consiglio di lettura per questi giorni d’estate. E se leggessimo una bella storia d’amore? “Nina. La storia vera di un sogno americano” di Franco Bruno Vitolo

Come non concentrarsi su una storia del genere? Come non farla diventare speranza per un mondo migliore e diverso? Come non raccontarla come una storia d’amore fuori da ogni immaginazione e regola convenzionale? “ Così il Chiar.mo prof. Pino Foscari, nella sua preziosa presentazione a questo recente lavoro di Franco Bruno Vitolo.

Franco Bruno Vitolo Nina. La storia vera di un sogno americano. 1886 Agency Pte Ltd , sett. 2023.

Che libro è “Nina”? In un mare di scrittori, più o meno dell’ultima ora, che inondano quasi quotidianamente il mercato (e i loro compiacenti amici degli amici dal grande schermo a reti unificate), Vitolo, ex docente di liceo, scrittore e critico letterario, ci regala una boccata d’aria pura.  Nessuna velleità di andare nelle classifiche di libri più venduti e neppure di piazzarsi in uno dei tanti Premi letterari (?) in cui a vincere sono i soliti nomi o meglio gli autori delle solite case editrici; un balletto, a volte, veramente inaccettabile. (Lo scorso anno il Ministro della Cultura e componente di Giuria di un notissimo Premio Letterario, nella serata di proclamazione dei vincitori, si lasciò sfuggire la confessione di non aver letto i libri in concorso, ma dichiarò con un sorriso: ”Proverò a leggerli “ ! ). E molte volte, poi, di questi autori vittoriosi non resta alcuna traccia. E allora complimenti per un libro puro, schietto, pulito come tutta la storia d’amore raccontata. Protagonisti Nina Farano da Cava de’ Tirreni e George Fortin marine americano. Sarà la guerra, lo sbarco alleato angloamericano a Salerno nel settembre del 1943, a farli incontrare. Lei poco più che bambina, lui giovane marine. Tra applausi calorosi di evviva e sigarette e cioccolato, un fugace sguardo e una promessa: “ Se sopravvivo alla guerra, torno da te, ti sposo e ti porto in America”. Promessa, apparentemente vana, ma è il 29 marzo del 1951 quando George tornato a Cava sposa Nina. Nozze che fecero scalpore e il giro del mondo con tanto di filmato Incom nei cine giornali dell’epoca. Si raccontava la storia d’amore della Cenerentola di paese e del principe azzurro venuto d‘oltreoceano. Bisognava raccontarla. E a raccontarla è la stessa Nina, vedova novantenne ormai, che attualmente vive in California. A intervistarla è l’autore Franco Bruno Vitolo, calatosi nei panni di un’ immaginaria giovane ricercatrice anch’essa emigrata in America.

Una scrittura pulita, lineare, non certo facile; nell’intervista cadenzata da un chiaro narrare, si alternano spesso altre voci da un lontano o recente passato, immagini, sensazioni e commenti dell’una (Nina) e dell’altra (intervistatrice, alias narratore), costituendo un tessuto narrativo veloce e al tempo stesso robusto quasi rappresentazione teatrale. L’intero libro è costruito su una dovizia di particolari precisi e rispettosi della verità storica non inficiata dall’inventio tipica del narrare per immagini e sensazioni. Sembra essere presente all’incontro tra George e la giovanissima Nina, alle loro nozze ma anche nei momenti meno felici che hanno caratterizzato questa lunga storia d’amore. Anche i luoghi, le stanze, gli oggetti nel flusso magico creativo assumono un ruolo costante ed esplicativo delle varie vicende narrate. Alla fine il libro risulta  quasi un’opera di poesia in prosa, un distillato di amore, entusiasmo, affetto ma anche di dolore per sofferte vicende; un libro da leggersi ad onta delle grandi case editrici.